I primi tre Comandamenti

INTRODUZIONE AI DIECI COMANDAMENTI
Esodo 20,2-17 Deuteronomio 5,6-21 Formula catechistica

Io sono il Signore tuo Dio
che ti ho fatto uscire
dal paese d'Egitto,
dalla condizione di schiavitù.
Io sono il Signore tuo Dio
che ti ho fatto uscire
dal paese di Egitto,
dalla condizione servile.
Io sono il Signore Dio tuo:

Non avrai altri dei di fronte a me.
Non ti farai idolo né immagine alcuna
di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra,
né di ciò che è nelle acque, sotto terra.
Non ti prostrerai
davanti a loro e non li servirai.
Perché io, il Signore,
sono il tuo Dio,
un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri
nei figli fino alla terza
e alla quarta generazione,
per coloro che mi odiano,
ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per coloro
che mi amano e osservano
i miei comandamenti.

Non avere altri dei di fronte a me...

1 Non avrai altro Dio fuori di me.

Non pronuncerai invano il nome del Signore tuo Dio,
perché il Signore non lascerà impunito chi
pronuncia il suo nome invano.

Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio...

2 Non nominare il nome di Dio invano

Ricordati del giorno di sabato per santificarlo. Sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio. Tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo.
Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro. Osserva il giorno di sabato per santificarlo...

3 Ricordati di santificare le feste.

Onora tuo padre e tua madre perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.
Onora tuo padre e tua madre..

4. Onora il padre e la madre.
Non uccidere.

5. Non uccidere.
Non commettere adulterio.

6. Non commettere atti impuri.
Non rubare.

7. Non rubare.

Non pronunciare
falsa testimonianza
contro il tuo prossimo.


Non pronunciare
falsa testimonianza
contro il tuo prossimo.


8. Non dire falsa testimonianza.

Non desiderare
la casa del tuo prossimo.
Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

Non desiderare la moglie del tuo prossimo.

9. Non desiderare la donna d'altri.
Non desiderare alcuna delle cose che sono del tuo prossimo.

10. Non desiderare la roba d'altri.

Le “dieci parole” sono pronunciate da Dio durante una teofania ovvero una manifestazione divina (“Il Signore vi ha parlato faccia a faccia sul monte dal fuoco”: Dt 5,4 ).
Il dono dei comandamenti è dono di Dio stesso e della sua santa volontà.
Facendo conoscere le sue volontà, Dio si rivela al suo popolo.

Indissociabilità dei dieci comandamenti

CCC 2069 Il Decalogo costituisce un tutto indissociabile.
Ogni “parola” rimanda a ciascuna delle altre e a tutte; esse si condizionano reciprocamente. Le due Tavole si illuminano a vicenda; formano una unità organica. Trasgredire un comandamento è infrangere tutti gli altri [Cf Gc 2,10-11 ]. Non si possono onorare gli altri uomini senza benedire Dio loro Creatore. Non si saprebbe adorare Dio senza amare tutti gli uomini sue creature. Il Decalogo unifica la vita teologale e la vita sociale dell'uomo.

Il comandamento più grande

“Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”. Al giovane che gli rivolge questa domanda, Gesù risponde innanzitutto richiamando la necessità di riconoscere Dio come "il solo Buono", come il Bene per eccellenza e come la sorgente di ogni bene. Poi Gesù gli dice: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. Ed elenca al suo interlocutore i comandamenti che riguardano l'amore del prossimo: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre”.

Infine Gesù riassume questi comandamenti in una formulazione positiva: “Ama il prossimo tuo come te stesso”

Quando gli si pone la domanda: “Qual è il più grande comandamento della Legge?” (Mt 22,36 ), Gesù risponde: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,37-40 ) [Cf Dt 6,5; Lv 19,18 ]. Il Decalogo deve essere interpretato alla luce di questo duplice ed unico comandamento della carità, pienezza della Legge: Il precetto: non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della Legge è l'amore (Rm 13,9-10 ).

Per questo Sant’Agostino dirà “Ama e fa ciò che vuoi” perché “Dio è Amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”; chi ama Dio con tutto il cuore vivendo nell’Amore non può che amare tutti e adempiere perfettamente alla Legge. E’ chiaro che per amore Sant’Agostino intende qualcosa di sincero e santo, ben lontano da quel tipo di “amore” che il mondo vuol far passare per sincero e che di fatto non ne rappresenta nemmeno l’ombra.

Chi ama Dio, non può non tener conto del suo precetto di amare il prossimo; e chi ama il prossimo di un amore sincero e santo, che cosa ama in lui se non Dio? (In Io. Ev. tr. 65, 2)

Dal "Commento al Vangelo di S. Giovanni" di sant’Agostino, vescovo (In Io. Ev. tr. 87, 1)

Egli ci ha scelto e ci ha costituiti affinché portiamo frutto, cioè affinché ci amiamo a vicenda: senza di lui non potremmo portare questo frutto, così come i tralci non possono produrre alcunché senza la vite. Il nostro frutto è dunque la carità che, secondo l'Apostolo, nasce da un cuore puro e da una coscienza buona e da una fede sincera (1 Tm 1, 5). È questa carità che ci consente di amarci a vicenda e di amare Dio: l'amore vicendevole non sarebbe autentico senza l'amore di Dio. Uno infatti ama il prossimo suo come se stesso, se ama Dio; perché se non ama Dio, non ama neppure se stesso. In questi due precetti della carità si riassumono infatti tutta la legge e i profeti (cf Mt 22, 40): questo il nostro frutto.

Gesù è venuto per portare a compimento la Legge

La sequela di Gesù implica l'osservanza dei comandamenti. La Legge non è abolita, [Cf Mt 5,17 ]

« Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla Legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli » (Mt 5,17-19).

La Parola di Gesù non abolisce la Legge, ma la porta a compimento dandone in maniera divina l'interpretazione definitiva: « Avete inteso che fu detto agli antichi [...]; ma io vi dico » (Mt 5,33-34)

Per chiarire questo concetto possiamo trarre un’immagine della natura: così come per dare alla luce un frutto, un germoglio deve diventare fiore, allo stesso modo l’Alleanza che Dio aveva instaurato con Adamo ed Eva, doveva passare per l’Alleanza con Mosè sul monte Sinai per divenire Alleanza eterna in Cristo attraverso l’effusione del Suo Sangue sulla Croce.

La legge dell’Antico Testamento assume una luce nuova in Cristo, essa non è più vista come una semplice imposizione, diventa il suggerimento amorevole di un Padre che ama i suoi figli e che fa di tutto per portarli a percorrere la Via della Salvezza, la legge diviene in Cristo legge d’amore!

Il nostro Dio non è un Dio che impone, è un Dio che lascia liberi, ma che vuole il nostro maggior Bene!

L’uomo del mondo vede nella Legge una limitazione della libertà, Essa tuttavia è espressione d’amore e libertà vera, che educa e porta con equilibrio l’uomo alla scoperta di Dio. Pensiamo ad un grande incrocio con ai lati degli sfavillanti semafori. Ognuno nella sua libertà può scegliere se correre senza fermarsi quando il semaforo è rosso…ma noi tutti conosciamo le tragiche conseguenze di un gesto tanto avventato. Allo stesso modo, proprio per evitare di farci del male e di fare del male, il Signore nell’abisso del Suo Amore, ha deciso di educarci con degli insegnamenti proprio per aiutarci a comprendere che la strada da seguire è quella delle 3 F, fede, fiducia e fedeltà.

Un buon padre, una buona madre danno sempre dei buoni consigli ai propri figli…

Talvolta capita che questi ultimi preferiscano fare di testa propria e al genitore non di rado rimane che aspettare e supplicare che il figlio maturi dentro di sé una retta coscienza, tale da poterlo illuminarlo sugli errori commessi. Quasi sempre il giovane divenuto adulto, ricevuta tale luce, rilegge le parole dei genitori sotto l’ottica dell’amore, in tutta la loro lampante verità…e comprendendo gli errori commessi esclama: “Se avessi ascoltato prima…”

Così accade spesso e volentieri nel nostro rapporto d’amore col Signore.

Egli in qualità di Padre infinitamente Buono e Premuroso ci invita ad ascoltare i Suoi suggerimenti, perché Egli sa perfettamente qual è il nostro Vero Bene, ma quante volte anziché fidarci e abbandonarci tranquillamente in Lui, ci ribelliamo facendo di testa nostra?

Quando si vuole bene davvero si fa sempre attenzione a non offendere, l’amico, il figlio, il fratello, il genitore anche nelle cose più piccole e si tiene ben conto di ciò che è a lui più gradito e di ciò che a lui dispiace, considerando di più il “suo” punto di vista piuttosto che il nostro. A questo punto la legge acquista un risvolto vitale: alla manifestazione concreta dell’amore di Dio risponde l’osservanza come espressione d’amore.

Il Signore comandò l'amore verso Dio e insegnò la giustizia verso il prossimo, affinché l'uomo non fosse né ingiusto, né indegno di Dio. Così, per mezzo del Decalogo, Dio preparava l'uomo a diventare suo amico e ad avere un solo cuore con il suo prossimo... Le parole del Decalogo restano validissime per noi. Lungi dall'essere abolite, esse sono state portate a pienezza di significato e di sviluppo dalla venuta del Signore nella carne [Sant' Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 16, 3-4].

I PRIMI 3 COMANDAMENTI

I primi tre comandamenti riguardano i rapporti dell’uomo con Dio.

« Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai » (Es 20,2-5).

Sta scritto: « Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto » (Mt 4,10).

CCC 2086 “Io sono il Signore tuo Dio" è incluso il comandamento della fede, della speranza e della carità. Se noi riconosciamo infatti che egli è Dio, e cioè eterno, immutabile, sempre uguale a se stesso, affermiamo con ciò anche la sua infinita veracità; ne segue quindi l'obbligo di accogliere le sue parole e di aderire ai suoi comandi con pieno riconoscimento della sua autorità. Se egli inoltre è Dio, noi ne riconosciamo l'onnipotenza, la bontà, i benefici; di qui l'illimitata fiducia e la speranza. E se egli è l'infinita bontà e l'infinito amore, come non offrirgli tutta la nostra dedizione e donargli tutto il nostro amore? Ecco perché nella Bibbia Dio inizia e conclude invariabilmente i suoi comandi con la formula: Io sono il Signore ».

IL PRIMO COMANDAMENTO

“Non avere altri dei di fronte a me. 8 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 9 Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai.”

Questo Comandamento ci vuol liberare dal più grande peccato che è l’empietà (o rifiuto di Dio e della Religione). Ci libera dall’apostasìa (o rifiuto di tutto il Cristianesimo), dalla eresìa (o rifiuto di qualche verità cristiana), dallo scisma (o scissione dalla Chiesa cattolica). Ci libera pure dal sacrilegio ( o profanazione di persona o cosa sacra), dallo spiritismo, dall’indifferenza religiosa, dalla superstizione e soprattutto dall’idolatria.

Ricordate la storia del vitello d’oro! Mentre Dio, sul monte Sinai, dava a Mosè le tavole della legge, Israele, stanco di aspettare le promesse di un Dio invisibile, pensò bene di costruirsene uno visibile, un vitello tutto d’oro da adorare.

Ebbene noi ci stupiamo di fronte al comportamento ingrato di questo popolo che non ha saputo riconoscere l’amore di Dio e i grandi doni da Lui ricevuti.

C’è da dire però che, molto più spesso di quanto possiamo credere, anche noi facciamo altrettanto, se non peggio. Anche noi che ci diciamo cristiani, che frequentiamo la Messa, diciamo le nostre preghiere e facciamo opere di carità, anche noi molte volte ci dimentichiamo di Dio e di tutti i benefici ricevuti da Lui e ci costruiamo i nostri idoli: essi, nel nostro cuore, prendono il posto che invece dovrebbe essere occupato dalla presenza amorosa di Dio; ad essi spesso affidiamo la soluzione di tutti i nostri problemi, dei nostri malesseri, delle nostre paure.

Cosa è che fa rivolgere il cuore verso gli idoli?

Tanto più un cuore si svuota d’amore tanto più esso cercherà amore, se scaccio Dio dal mio cuore, inevitabilmente andrò alla ricerca di qualcosa che possa riempirmi e che possa donarmi sensazioni simili a quelle che mi dona l’amore. Ma le sensazioni che mi dona ciò che è al di fuori dell’amore di Dio è assolutamente fugace, dura un attimo e radicandosi porta alla schiavitù. Da giovane quale sono non posso fare a meno di guardare ai miei coetanei…

Cosa cercano i giovani di tutto il mondo? L’Amore, la libertà, la felicità!

Quale esperienza fanno la stragrande maggioranza dei giovani? Quella dell’illusione, della schiavitù, del vizio che abbrutisce e rende infelici!

Perché?

Un cuore che si svuota di Dio per riempirsi di idoli, non può essere felice, è un cuore ipocrita che rinnega la propria natura divina, è un cuore ferito, potenzialmente in grado di far esplodere una vera bomba atomica d’amore, ma di fatto impotente e debole, che non sa ricevere e donare amore.

Quante volte sentiamo Dio lontano, o ci sentiamo carichi di pesi insopportabili, ci addossiamo croci che Dio non ci ha dato, ma che provengono da convinzioni sbagliate su noi stessi, o da sovrastrutture false create dal nostro inconscio per poterci adattare ad un mondo in cui non vali per quello che sei, ma per quello che fai, che produci, se sei “alla moda”, o per la capacità che hai di saper soddisfare le esigenze e le aspettative degli altri; e questa, a volte, è una mentalità molto presente nelle famiglie, che invece di essere le culle dell’amore incondizionato, scuole di carità, specchio della Misericordia di Dio, riflettono, purtroppo, la cultura avida del mondo, in cui il calcolo, l’interesse, l’egoismo sono gli idoli adorati ed osannati! E così, sin da piccoli, il nostro “sé interiore”, poiché non può liberamente esprimere i suoi sentimenti, la propria vulnerabilità, la propria autenticità, per paura di non essere accettato dal mondo circostante, di non essere amato, di essere giudicato un “debole”, è costretto a creare un “falso sé”, con delle caratteristiche che corrispondono alle aspettative di chi, a sua volta, è entrato in questo diabolico meccanismo di schiavitù.

Il mondo è pieno di schiavi. E’ pieno di maschere!

Forse inconsciamente anche noi siamo schiavi di qualcosa, anche noi abbiamo qualche maschera.

Se non amiamo è perché forse non abbiamo ricevuto amore da quelle figure portanti e fondamentali della nostra vita, allora le tenebre della falsità e le maschere del perbenismo rivestono il nostro cuore. Ognuno dà quello che ha ricevuto.

Quando il “falso sé” è in funzione, ci sentiamo vuoti.

Il “falso sé” è artificioso, superficiale, criticone, perfezionista. Si obbliga ad essere quello che gli altri pensano che sia. Dà amore a condizioni. Copre, nasconde, nega i sentimenti. Pensa che questo sia la normalità.

Il "sè stesso reale", invece, è quello in funzione quando siamo autentici, genuini, liberi dalle maschere.

Il "sè reale" è generoso, spontaneo (ma non impulsivo), comunicativo. Sente la gioia e il dolore e può esprimere questi sentimenti. Accetta i suoi sentimenti senza paura, senza giudicarli. Sa giocare e divertirsi, è vulnerabile perchè è aperto e fiducioso E' indulgente con sè stesso ma in maniera sana.

Ecco perché il divertimento di tanti giovani oggi è falso, non sa renderli felici, intristisce e conduce a gesti sempre più estremi, al cercare emozioni forti, ecco spiegate le espressioni dei giovani che ritornano la sera dopo le notti brave passate in discoteca tra alcool, balli frenetici, depravazione e spesso anche droga… Volti stanchi ed infelici, proprio come i loro cuori: stanchi di fuggire dalla Verità, dalla Libertà!

L’unica medicina che guarisce la falsità è la Verità, il Perdono e l’Amore di Dio.

La Verità è che Dio ci conosce profondamente, ci ama e ci accetta così come siamo, e vuole che siamo liberi, davanti a Lui e davanti agli uomini, di essere autentici, senza la paura di essere giudicati o di non essere amati. La Verità su noi stessi ci porta a perdonare chi è stato causa delle nostre ferite. La Verità su noi stessi ci porta ad amare in modo sano noi stessi e gli altri.

La Verità ci porta ad essere veramente liberi, e solo se desideriamo essere liberi possiamo amare Dio! Dio ci ha creati liberi e vuole che lo amiamo con un amore libero, libero dai tanti idoli a cui troppo facilmente ci attacchiamo.

Le forme dell’idolatria

La fede in Dio è sempre minacciata, anche nel cosiddetto credente, dalla fede negli idoli. Perché il dilemma vivo, che ad ogni istante uncina la mente e la carne è tra l'adesione al Mistero che fa tutte le cose o quella all'oggetto di volta in volta creato o scelto da me come possibile compimento per la vita. Che grande, giusta, realista e maestosa considerazione del cuore umano: non è fatto per darsi al niente, non nasce per dedicarsi a nulla. Un uomo potrà decidere di avere come idolo il potere, o i soldi, la carriera o il sesso: ma elegge sempre qualcosa, o qualcuno a cui esser devoto. A cui fare sacrifici, anche eroici. Ma mai al niente. Per questo non credo nel concetto di ateo. Non è vero che esistono uomini atei, esistono uomini idolatri, perché come diceva il compianto Don Giussani: l’alternativa non è mai fra fede e ateismo, ma tra fede e idolatria, perché ogni uomo, per il semplice fatto che vive, afferma ogni istante un qualche assoluto.

Anche un compagno, una compagna, la moglie o un marito, figli e nipoti possono divenire idoli quando prendono il posto di Dio. Tutto ciò che in certo qual modo offusca il primato di Dio nella nostra vita, è un idolo. Anche il lavoro, anche la casa, gli amici…

Domandiamoci dunque se Dio è veramente al primo posto nella nostra vita.

Egli è il nostro Signore e niente e nessuno può e deve prendere il suo posto nel nostro cuore: Dio ha creato il nostro cuore per sé e il nostro cuore è inquieto e triste “finché non riposa in Lui”, diceva Sant’Agostino, finché Dio, finalmente, non occupa il posto centrale nel nostro cuore.

Fare di Dio un idolo

C’è un immagine molto efficace per spiegare questo concetto ed è di un santo sacerdote. Si sa che in greco idea (eideia) e idolo (eidolon) sono quasi sinonimi. Possiamo immaginare questa scena. Un re acconsente a posare per farsi ritrarre da un pittore. A mano a mano che l'immagine del re si delinea sulla tela, il pittore è sempre più preso da essa, le gira intorno rapito e la contempla. Finché, terminato il lavoro, egli è così entusiasta che finisce per dimenticarsi completamente del re presente e voltargli le spalle, tutto intento com'è a illustrare agli amici le caratteristiche del ritratto da lui eseguito. Ma la cosa non finisce neppure qui. Discepoli dell'artista vengono a fare copie del ritratto, modificandolo ed adattandolo ognuno secondo il proprio stile e il proprio gusto. Altri traggono copie dalle copie...Il ritratto è ormai in ogni angolo, ma così lontano dal vero che quando il re in persona compare in città nessuno lo riconosce più.

Esiste dunque una forma di idolatria religiosa che non consiste nel farsi di Dio delle rappresentazioni, o immagini, esterne, come il vitello d'oro, ma nel farsi di lui delle immagini interne, mentali e invisibili, e nello scambiare questa immagine, che è la propria idea di Dio, per il Dio vivo e vero, contentandosi di essa. “Chi si fa un’idea della natura divina in base al ragionamento della sua mente -scrive san Gregorio Nisseno- si è costruito un idolo di Dio, non ha conosciuto Dio”

Come rimediare?

Fulton Sehen, Arcivescovo americano, rinomato scrittore e celebre conferenziere, narra questa parabola: Un gruppo di ragazzi stanno giocando in un cortile circondato da orribili precipizi. Sono timorosi, impauriti, e giocano ammassati al centro temendo di cadere nei burroni. Ma appena il cortile viene recintato con una robusta ringhiera in ferro, quei ragazzi subito depongono ogni paura, ogni angoscia, e giocano, saltano, si rincorrono liberamente, con grande tranquillità. I Comandamenti, ben osservati sono come una robusta ringhiera, una forte difesa che ci libera da innumerevoli mali fisici e psichici (molto più della psicanalisi di Freud!) e soprattutto ci libera dalla paura e dall’angoscia di cadere per sempre nel bàratro della dannazione donandoci la libertà di rimanere sulla via della salvezza. Essi rompono le catene delle più grandi schiavitù che sono l’errore e il peccato, e assicurano le supreme libertà che sono la verità, la virtù, la santità. Essi sono come i binari per il treno, come gli argini per il fiume: ci aiutano a camminare liberamente e con gioia per la strada del Signore fino a raggiungere la stazione della celeste Gerusalemme e a sfociare nel mare della felicità stessa di Cristo Dio.

Gesù, il Liberatore, ammonisce: "Se rimanete fedeli alla mia parola, (ai miei Comandamenti), conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato"

S. Paolo esclama: "La legge dello Spirito, che dà la vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte" "Dove c’è lo Spirito di Dio ivi c’è la libertà". "Siete stati chiamati alla libertà; non prendete questa libertà come pretesto per la carne". "Cristo ci ha liberati perchè restassimo liberi"

S. Agostino, il grande convertito, in una esplosione di gioia, afferma: "Il darmi a Dio (ossia all’osservanza dei suoi Comandamenti) mi sembrava una catena, invece è libertà, mi sembrava tormento, ed è gaudio, mi sembrava fatica ed è riposo".

Come vivere il primo comandamento?

Dobbiamo riscoprire che essere credenti significa sentirsi piccoli davanti a Dio. Il Vangelo dice che entrerà nel regno dei cieli chi accoglie Dio come farebbe un bambino (Lc 18,16). Il bambino, da solo, non sopravvive; si deve affidare ai genitori. La fede, prima di essere preghiera, Santa Messa, sacramenti, devozione, è sentirsi piccoli davanti a Dio, riconoscere che Dio è l’unico Signore, la roccia sulla quale fondiamo la nostra vita.

Il primo comandamento, quindi, ci fa riscoprire cosa è la fede nel profondo; ci chiede di accogliere Dio come il sostegno della nostra vita, ci ricorda che noi non possiamo decidere quello che è bene e quello che è male perché ciò che è bene e ciò che è male lo accogliamo da Dio, proprio in virtù della nostra piccolezza.

Non avrai altro Dio all’infuori di me è il primo comandamento non perché è posto all’inizio del decalogo ma perché se manca questo, osservare gli altri diventa un moralismo e comporta fatica e sofferenza. Se, invece, accettiamo di riconoscerci piccoli davanti a Dio e bisognosi della sua guida, accogliamo e accettiamo quanto Lui dice nel resto del decalogo, sicuri che è per il nostro bene.

IL SECONDO COMANDAMENTO
NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO:

a) È il Comandamento che ci libera dalla mancanza di rispetto al nome di Dio, della Madonna e dei Santi. Soprattutto ci libera dal peccato della bestemmia, la quale è un pensiero o un gesto o una parola ingiuriosa al Signore o alle persone o alle cose sacre. È una ingratitudine mostruosa verso Dio che ci è Padre infinitamente buono, verso Gesù che per noi è morto in croce, verso la Madonna che è la nostra tenerissima mamma del Cielo. Bestemmiare pubblicamente è la peggiore maleducazione; è segno di incivilità, di bassezza d’animo. È pure segno d’ignoranza: Se non si crede in Dio, perchè imprecare contro il nulla e combattere contro le ombre? Se si crede in Dio, si sa che ci ricolma continuamente di benefici, e allora perchè servirsi dei suoi stessi doni per ingiurarlo? Chi ragiona non bestemmia e chi bestemmia non ragiona!

Un piccolo spunto di riflessione.

Come mai le bestemmie riguardano esclusivamente il mondo cristiano?

Perché colui che nutre un tale odio per la Divinità, ovvero il “principe di questo mondo”, conosce bene la Verità del Cristianesimo e proprio per questo si accanisce contro di esso. Chi ha avuto modo di partecipare ad esorcismi e messe di liberazione ha riscontrato come il turpiloquio e la bestemmia sono prerogative del linguaggio satanico, questo testimonia la gravità di tale peccato. In qualità di Cristiani siamo chiamati a reagire e ad intercedere per i bestemmiatori.

S. Girolamo, Dottore della Chiesa, grida: "I cani abbaiano in difesa del padrone e io dovrei essere muto quando si maltratta il nome di Dio? Morire piuttosto, ma non tacere!" Ad ogni bestemmia, una giaculatoria di riparazione e una parola di ammonizione.

b) È il Comandamento che apre il cuore alla gioiosa libertà di usare le labbra per lodare e ringraziare il Signore e per immergersi nella preghiera la quale costituisce il più grande bisogno dell’uomo e deve essere il nostro massimo impegno

IL TERZO COMANDAMENTO
RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE:


CCC 2174 Gesù è risorto dai morti “il primo giorno della settimana” (Mt 28,1; Mc 16,2; Lc 24,1; Gv 20,1 ). In quanto “primo giorno”, il giorno della Risurrezione di Cristo richiama la prima creazione. In quanto “ottavo giorno”, che segue il sabato, [Cf Mc 16,1; Mt 28,1 ] esso significa la nuova creazione inaugurata con la Risurrezione di Cristo. E' diventato, per i cristiani, il primo di tutti i giorni, la prima di tutte le feste, il giorno del Signore (“e Kyriaké eméra”, “dies dominica”), la “domenica”:

I cristiani dei primi secoli ripetevano con i Martiri di Abitene: "Senza la Domenica non possiamo vivere" ("Sine dominico esse non possumus").

CCC 2177 La celebrazione domenicale del Giorno e dell'Eucaristia del Signore sta al centro della vita della Chiesa. “Il giorno di domenica in cui si celebra il Mistero pasquale, per la tradizione apostolica, deve essere osservato in tutta la Chiesa come il primordiale giorno festivo di precetto” [Codice di Diritto Canonico, 1246, 1]. “Ugualmente devono essere osservati i giorni del Natale del Signore nostro Gesù Cristo, dell'Epifania, dell'Ascensione e del santissimo Corpo e Sangue di Cristo, della Santa Madre di Dio Maria, della sua Immacolata Concezione e Assunzione, di san Giuseppe, dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e infine di tutti i Santi” [Codice di Diritto Canonico, 1246, 1].

CCC 2178 Questa pratica dell'assemblea cristiana risale agli inizi dell'età apostolica [Cf At 2,42-46; 1Cor 11,17 ]. La Lettera agli Ebrei ricorda: non disertate le vostre “riunioni, come alcuni hanno l'abitudine di fare”, ma invece esortatevi a vicenda (Eb 10,25 ).

2193 “La domenica e le altre feste di precetto i fedeli. . . si astengano. . . da quei lavori e da quegli affari che impediscono di rendere culto a Dio e turbano la letizia propria del giorno del Signore o il dovuto riposo della mente e del corpo” [Codice di Diritto Canonico, 1247].

2194 L'istituzione della domenica contribuisce a dare a tutti la possibilità di “godere di sufficiente riposo e tempo libero che permette loro di curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 67].

Fabrizio