Venerdì Santo

Chi ha qualche anno in più, ricorda che, al Venerdì Santo, la radio trasmetteva tutto il giorno musica classica, i cinema restavano chiusi, la televisione presentava misteri sacri e nessuno sognava di radunare gente urlante negli stadi. Oggi invece siamo frastornati da tante parole, da troppe voci, eppure tutti sentiamo che, davanti alla croce di Cristo, le parole suonano vuote di senso e si scoloriscono tutti gli avvenimenti umani: niente è più importante di questo fatto: "Dio ha reso folle la sapienza di questo mondo", compiacendosi "di salvare i credenti mediante la stoltezza della croce" (1 Cor 1,20). Diviene così evidente che la salvezza non viene dalla sapienza e potenza dell'uomo, ma solo da Cristo. E nel Signore Gesù, crocifisso e risorto, e solo in lui che i cristiani trovano verità e regola, vita, speranza, gioia. E la croce non è soltanto redenzione, è anche rivelazione. Se Cristo per salvarci ha voluto scegliere la strada della croce, vuol dire che, in questa maniera di presentarsi, di donarsi a noi, c'è qualcosa che deve arrivare a noi come una lezione piena di significato. Il mistero della croce è nel cuore del cristianesimo: è essenziale come la risurrezione. È la forma, il criterio di fondo della vita cristiana, l'impegno assoluto. Quando la croce è scelta come criterio, noi possiamo, con verità, ripetere come Paolo ai Corinti: "lo ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso". Ne deriva, come conseguenza, per il cristiano, l'esperienza della solitudine e dell'abbandono. Mai come oggi e ancor più in futuro, per quanto si può prevedere, il cristiano serio si sente solo in un mondo che non lo capisce e lo martirizza con il disinteresse, o con la critica. Ma non può essere diversamente: le due passioni, quella del Maestro e quella del discepolo sono inscindibili: "Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi". La sua croce e le nostre croci sono sempre unite e costituiscono la storia della salvezza di ciascuno di noi: "Se il grano di frumento caduto in terra non muore, rimane solo: se invece muore, produce molto frutto". La croce di Cristo ci dice che, al di là del dolore, c'è un amore capace di donarsi fino alla morte e che questo donarsi è la via alla risurrezione. Dice l'apostolo Giovanni: "Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli". "Chi non ama, rimane nella morte". Questo è il cammino del cristiano. San Pietro ce lo ricorda: "Cristo patì per voi lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme" (Pt 2,21). Prendere la croce e seguirlo. Questo significa assumere gli impegni che costano, che fanno soffrire, gli impegni di fronte ai quali la maggior parte della gente dice: "chi me lo fa fare?". La croce che accompagna la fatica del lavoro, dello studio, del sacrificio per gli altri. La croce prepara la Pasqua. Ogni anno, da tutte le chiese, in ogni angolo della terra, si dà notizia della vittoria della vita sulla morte. È risorto! Per questo, noi cristiani, siamo uomini e donne di speranza, per noi e per gli altri. Contro le culture della morte, della fuga, della sfiducia, del puro interesse politico o privato, del piacere ad ogni costo, della libertà senza riferimenti, Cristo risorto ci rimette a fronte alta, di fronte ad ogni uomo e ci chiede di amarlo, incontrarIo, aiutarlo. Se avremo accolto la croce, il Crocifisso Risorto darà a noi il suo Spirito la mattina di Pasqua, perché possiamo annunciare a tutti che Egli è il vivente nei secoli ed è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Così saremo in quella gioia che niente e nessuno potrà più toglierci: la gioia di Pasqua.

Daniele