Soffrire e non morire

E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero:
«Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Mc 10,35 - 40

Il “calice” è chiaramente un’immagine della sofferenza; bere il calice fino alla feccia vuole dire: bere la sofferenza fino all’estremo. Il “battesimo” è un segno di morte, perché essere battezzati vuole dire: essere immersi nell’acqua e quindi morire. Quindi: “Potete accettare la sofferenza e la morte che Gesù accetta?” <>.

La risposta di Giacomo e Giovanni dovrebbe essere anche la nostra risposta!
Gesù non ha mai nascosto la necessità della sofferenza nell'opera redentiva...Gesù ha parlato con chiarezza ai suoi discepoli esortandoli a farsi portatori della croce...

Bere il calice di Gesù, dunque significa bere dallo stesso suo calice...questa affermazione nasconde un significato profondissimo e una chiamata alla virtù!
Non bevo da un calice qualsiasi...in sostanza non soffro da solo...ma bevo dal calice di Cristo...bevo dal calice di Colui che prima di me ha patito e ha fatto della Sua sofferenza estrema il più grande atto di amore donativo della storia...vincendo la morte! Non siamo più soli dunque perchè Dio stesso fatto uomo si è reso partecipe della nostra sofferenza e l'ha presa su di sè!!!
Soffrire da soli, per proprio conto...è inutile e non porta alla santità, ma dare un senso alla propria sofferenza permettendo a Cristo di entrare nella nostra vita, soffrendo e offrendo con amore a Gesù i nostri patimenti noi compartecipiamo al bene del Corpo Mistico di Cristo, completando nella arne ciò che manca ai patimenti di Cristo (Cfr. Col. 1,24)
La croce stoltezza degli uomini, apparecchio di morte si trasforma in segno di redenzione solo per mezzo di Cristo...

Proprio oggi che il Vangelo ci parla del significato salvifico della sofferenza la Chiesa festeggia la nascita in cielo di una grande mistica carmelitana: Santa Maria Maddalena de'Pazzi. Non a caso la frase che titola questo articolo è la più nota affermazione della santa, quella che più rappresenta la sua meravigliosa vita vissuta in comunione intima con Dio...e con la Sua Passione!

Ecco un piccolo spaccato delle straordinarie esperienze mistiche di questa santa...

Compartecipazione alle sofferenze di Cristo per la Chiesa

L’8 giugno 1584 vide il dramma della Passione del Cristo; due giorni dopo scambiò il proprio cuore con quello di Gesù, il 28 giugno ricevette le stigmate e alcuni giorni dopo, il 6 luglio, la corona di spine. Nell’aprile dell’anno seguente ricevette dal Cristo un anello, simbolo delle nozze mistiche. Questi rapimenti, puro dono di Dio, avvenivano non solo durante la preghiera ma anche durante altre attività, come affermarono i testimoni. Il suo confessore inoltre per accertarsi che quello che viveva veniva da Dio e che non erano illusioni o frutto di isterismi, le comandò di mettere tutto per iscritto. Ella obbedì naturalmente, anche se poi disse che nonostante tutti i propri sforzi non riusciva a mettere in parole terrene le esperienze che viveva. Il confessore incaricò allora tre sue consorelle a stendere per iscritto le parole pronunciate da Suor Maria Maddalena durante i rapimenti estatici.

Fu proprio questa felice intuizione che ha regalato ai posteri ben cinque volumi di manoscritti, ricchi di profonda dottrina spirituale, che ebbero un impatto profondo sulla spiritualità cristiana dei secoli seguenti fino ai nostri giorni.

Santa Maria Maddalena de'Pazzi prega per noi!

Daniele