C'era una volta una fiaba

Leggendo “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim, ho finalmente scoperto quale importanza ha una fiaba per l’umanità. Sono molteplici gli spunti interessanti, presenti in questa lettera, su cui ci si può fermare a meditare e con i quali riflettere, sui tanti problemi della nostra società, che affliggono, prima di tutto, noi stessi. Noi bambini, noi uomini, noi esseri umani. La fiaba: un mezzo per sviluppare le nostre immaginazioni, fantasie e pensieri, nascosti sotto il tetro cielo della realtà, madre quest’ultima delle nostre preoccupazioni e dei dilemmi perturbatori della nostra felicità e contentezza che ci vengono invece regalate dalla nostra fiaba preferita. Una fiaba è un fiume di consigli, insegnamenti, aiuti; un corso d’acqua quieto che solca il cammino della nostra caotica e difficile vita. La fiaba è speranza. La fiaba è un’amica che pretende solo di essere letta perché poi, è lei, da sola, ad entrare nel nostro inconscio con lo scopo di schiarire ciò che a noi appare buio. Un’amica sincera e schietta pronta a raccontarci senza esitazioni, rancori o timidezza anche le cose negative di questa vita quali la morte, la vecchiaia, la presenza costante del maligno, il brutto di fronte al bello. Il racconto si specchia benissimo con le mie idee quando l’autore denuncia la superficialità della letteratura moderna per l’infanzia; la società si sta trasformando in un orribile vortice di malignità; un vortice pronto ad inghiottire anche le fantasie e i sogni dei bambini pur di ingigantirsi sempre di più! Ormai, la società odierna, cioè noi, regala ai più piccoli solo puzzle e costruzioni di idee, pensieri e speranze già costruite e pronte da usare. Non ci sono nemmeno più le istruzioni o la carta da regalo da strappare; non c’è più, neanche, la possibilità di provare un’emozione, un sentimento, un’espressione. E tutto ciò avviene anche “per colpa” dei genitori, formidabili inventori questi, per il proprio bambino, di una vita fantastica e spensierata priva di pericoli e problemi. Genitori: persone che giocano ancora, alla loro età, a nascondino; contano fino all’infinito perché non vogliono trovare e far vedere ai loro figli quei giocatori chiamati Superbia, Avarizia, Egoismo, Gelosia, Invidia, Dolore, Tristezza, Preoccupazione…che si nascondono proprio, dietro gli alti scatoloni dei giocattoli del loro amato bambino! Una fiaba è un dono d’amore per il bambino come lo sono le bellissime parabole di Gesù per l’umanità intera; entrambe sono regali creati dal cuore di chi ama veramente la persona a cui dedica la fiaba o la parabola. E cosa avrà percepito dalle fiabe, Cosimo, il bambino (protagonista) de “Il barone rampante” di I. Calvino che, per fuggire dalla famiglia, sale sugli alberi e ci rimane per tutta la vita? Chi lo sa, forse, era stato privato, fino ad allora, proprio delle favole, causando così la fuga dalla vita che gli si stava presentando davanti? Si possono considerare delle vere e proprie “fiabe per adulti” quei racconti ideati da D. Buzzati dove, dietro a “storielle divertenti”, si celano mille significati della vita da scoprire uno dopo l’altro. La mia riflessione finale consiste nel chiedermi se i bambini nascono inconsapevolmente “buoni” o “cattivi”: le fiabe servono per nutrire il bimbo di quella bontà innata, già presente allo splendere del primo raggio di sole sui suoi occhi, o per farla nascere del tutto?

Amedeo